la storia di Adelaide
Adelaide Funghi è nata nel 1945 e ha quasi 81 anni.
È l’ultima di una famiglia numerosa: quattro fratelli e tre sorelle. I genitori erano originari dell’Elmo; il nonno, Biagio Biagetti, aveva costruito da solo la casa di famiglia all’Elmo. La sua infanzia si è svolta tra Pitigliano e i poderi a mezzadria, dove la famiglia ha vissuto per anni, a Vallerana, vicino Manciano, e a Casaglia, vicino Capalbio. Vivevano secondo le regole della mezzadria, dividendo il ricavato del lavoro con il padrone. La vita era scandita dal lavoro nei campi, dalla cura degli animali e dalla gestione della casa.
Ricorda che un tempo le famiglie erano patriarcali e che più generazioni vivevano spesso sotto lo stesso tetto.Nella casa di Pitigliano vivevano in sette persone. Nel salone c’era un sommier, un lettino singolo coperto di giorno con una coperta decorativa che lo faceva sembrare un divano. la casa aveva due stanze da letto, un cucinino e un salone che faceva anche da sala da pranzo.
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Adelaide nella sua casa
Uno degli eventi più attesi dell'anno per Adelaide era il giorno in cui si macellava il maiale, generalmente tra gennaio e febbraio. Lei lo ricorda come una vera e propria festa.
La cena di quel giorno era chiamata l’osso della bona cena, probabilmente perché la mamma preparava i tagliatini con un sugo fatto con la carne fresca dell’animale appena macellato. All’epoca, la carne fresca era una rarità.
Con il maiale si preparavano prosciutti, fegatelli, capocollo, lombo e si facevano le salsicce. Adelaide pensa che buone come allora non se ne trovino più.
Per conservarle, la madre prendeva una scatola, metteva la semola, le salsicce incartate e poi le ricopriva completamente con altra semola. Chiudeva le scatole e le metteva in cantina, che in realtà chiamavano “la caciaia”. Ad agosto, quando arrivava la macchina trebbiatrice, le tirava fuori per le merende. Adelaide racconta che, di nascosto, andava a rubarle, tanto erano buone.
Una volta provò a conservare le salsicce sott’olio, ma si rovinarono; secondo lei, la carne non era più quella di una volta.
I fratelli erano molto bravi nella lavorazione del maiale e venivano chiamati anche dagli altri contadini per fare salsicce, prosciutti e fegatelli. Il lavoro si svolgeva in un’ottica di mutuo aiuto: quando serviva, ci si aiutava a vicenda.
I fegatelli venivano fritti nello strutto e poi conservati nei vasi, coperti dallo strutto che, raffreddandosi, si solidificava e diventava bianco. Quando si dovevano mangiare, venivano rimessi a scaldare in padella.
C’erano anche i budelletti del maiale, lavati, insaporiti con il finocchio e messi a seccare al camino. La madre li legava a mazzi e li appendeva ai lati del camino. Erano chiamati “busicchi”. Oggi, dice, costano moltissimo e non sono più la stessa cosa.
In genere ammazzavano due maiali all’anno. La sua famiglia, che era più numerosa, prendeva un maiale e un quarto; il padrone ciò che restava. La divisione dipendeva dal numero dei componenti ed era frutto degli accordi con il padrone. Di solito sarebbe spettato un maiale per ogni famiglia a mezzadria, ma il loro padrone era molto equo e teneva conto dei bisogni in base a quante persone erano.
In famiglia si preparava la minestra con la favetta, una varietà di fave antiche dal baccello più piccolo che venivano fatte seccare. La madre preparava la sfoglia all’uovo e tagliava i tagliolini. Se faceva il brodo faceva quadretti, tagliatelle se c’era il sugo. Preparava anche tortelli e pici. Una volta ogni quindici giorni, al podere arrivava un uomo da Capalbio con un furgoncino che portava formaggi grattugiati e altre cose. Non voleva soldi, anche perché all’epoca di soldi non ce n’erano molti; chiedeva pane, formaggio o uova. I soldi arrivavano soprattutto con la trebbiatura.
A settembre, dopo la trebbiatura, si faceva lo “stacco” della biancheria per gli uomini: tre metri di stoffa per confezionare i vestiti di flanella per l’inverno, dato che gli uomini passavano molto tempo fuori all’aperto. La madre era anche sarta e cuciva calzoni e camicie. Per lei ricorda che prendeva la stoffa al metraggio. Quando i fratelli di Adelaide erano piccoli, con le foglie di granturco gli faceva le scarpe; ad Adelaide, invece, no, perché era l’ultima nata e i tempi erano già cambiati.
Il formaggio Adelaide saprebbe farlo, perché lo faceva sua madre. Il latte di pecora veniva messo sul fuoco nella calderetta e, piano piano, cagliava. Quando la madre la toglieva dal fuoco e, prima di mettere il formaggio nella fascina per dargli la forma, ne raccoglieva un po’ tra le mani, ancora morbido, lo stringeva leggermente e le diceva: «Lo vuoi il topo?».
Quel poco di formaggio appena cagliato, caldo e tenero, era il topo. Adelaide lo mangiava così, appena fatto. Le piaceva anche bere il siero, che chiamavano “scotta”, ma non era permesso perché aveva effetto purgante e veniva dato ai maiali.
La madre faceva anche le focacce di Pasqua, il pane e la pizza. Quando avanzava un po’ di pasta del pane, la stendeva, la tagliava a triangoli e ci metteva sopra zucchero o sale. Adelaide la preferiva con lo zucchero.
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Adelaide sfoglia vecchie foto
L’assetto familiare cambiò negli anni Sessanta, quando una sorella di Adelaide si sposò, un’altra andò a lavorare a Grosseto.Un fratello, appena sposato, andò a vivere lì vicino, in un magazzino trasformato in una piccola casa. In seguito trovò un altro podere vicino Pitigliano e si trasferì.Il podere di Casaglie richiedeva molto lavoro: c’erano 32 vacche, più di cento pecore, una dozzina di maiali, cavalli e due somari. Quando la famiglia si sciolse, non riuscirono più a mandarlo avanti e vennero via tutti. Per un periodo andarono a Roma.
Adelaide trascorse l’infanzia un po’ a Pitigliano, con la sorella maggiore nella casa dove tutt’ora vive, e un po’ in campagna con il resto della famiglia e i genitori. Dopo aver lasciato il podere di Casaglia, i genitori decisero di trasferirsi a Roma. Lì lavorarono ai Mercati Generali, nel settore della verdura, negli orti situati nelle campagne intorno a Roma, che rifornivano il mercato di Piazza Vittorio, uno dei mercati più grandi di Roma. Un fratello si sposò e rimase a vivere a Roma. Adelaide vi rimase sei anni, poi tornò a Pitigliano.
Ha iniziato presto a cucinare. All’inizio la facevano soprattutto riordinare, ma osservava molto e “rubava con gli occhi i segreti della cucina”. A Roma faceva la bambinaia per dei signori e poi, quando è tornata in Toscana, ha iniziato a cucinare. Con il compagno e padre dei suoi figli, ha gestito per due stagioni il ristorante del campeggio allora chiamato Holiday, poi una trattoria a Orbetello, La Taverna, per quattro o cinque anni. Negli anni 80 ha lavorato anche al bar dell’ospedale di Pitigliano, e più tardi in un agriturismo a Manciano e in altri locali al mare, tra Orbetello e Ansedonia.
Dice di non sentirsi una grande cuoca di pesce, ma di carne sì: ragù, gnocchi, sfoglia, tagliatelle, buglioni, paste al forno. La nuora conferma che cucina molto bene. Osserva che tra Sorano, Manciano e Pitigliano c’è una buona cucina e non serve essere maestri.
Irma con i suoi figli e il cane
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Adelaide nel 1963
Il piatto che ama di più cucinare è il ragù, lo prepara facendo un soffritto, sfumando la carne con il vino e usando la passata di pomodoro e la salsa e cuocendo a lungo a fuoco basso. Ama anche il buglione, di cinghiale o di agnello. Nel buglione di cinghiale mette prima a soffriggere la carne da sola due o tre volte per eliminare l’acqua e il sapore di selvatico poi condisce con salvia, rosmarino, alloro, ginepro, aglio, sfuma col vino rosso e quando si è ritirato aggiunge la conserva, che deve cuocere finché prende colore. Poi si aggiunge acqua calda, perché quella fredda indurisce la carne, e si fa bollire piano piano. Adelaide cucinava tutto sulla stufa a legna, ma ora che non l’ha più, con un po’ di malinconia dice che i fornelli di oggi non danno lo stesso risultato.
Per i dolci prepara gli sfratti, qualche semifreddo e i brutti ma buoni. Racconta come prepara il semifreddo all’ananas: i savoiardi si inzuppano nel succo dell’ananas sciroppato, si alternano strati di crema, fette di ananas e panna, poi si mette tutto in freezer.
Il suo vero pezzo forte sono gli sfratti, un dolce tradizionale di origine ebraica tipico di questa zona della Toscana. Ha una ricetta particolare, alla quale è molto legata. La ricetta le è stata data tanti anni fa da una signora anziana che viveva lì vicino, e da allora Adelaide continua a usare sempre quella.
Gli sfratti venivano preparati in casa e poi portati a cuocere al forno. Li fa ancora ogni Natale, nonostante il dolore alle mani, prepara circa venticinque sfratti alla volta, che poi regala ai familiari e agli amici.
Adelaide ama il ginseng e, pur facendo talvolta colazione al bar, si definisce pigra e preferisce stare a casa. Tiene sempre dei cioccolatini per le amiche che vengono a giocare a carte. Da ragazza faceva colazione con caffè e latte, ricotta e pane abbrustolito. Da piccola la madre le preparava il caffè d’orzo, delle marche Leone e La Vecchina, che ricorda ancora oggi. Oggi per colazione beve caffè con latte senza lattosio e mangia biscotti integrali.
Da ragazza è stata majorette nella banda musicale. Ha lavorato con i bambini e non si è mai sposata, scegliendo di convivere. Faceva gare di go-kart ed è stata campionessa, vincendo diverse competizioni. Andava a giocare a carte nelle osterie e si definisce una “maschiona”.
È una donna ironica, con la battuta pronta, curiosa della vita, del cibo e amante dell’arte. Cerca sempre ciò che le piace. Quando va nelle Marche dal figlio compra il prosciutto di Carpegna e i formaggi pugliesi da un banco del mercato; ama anche il prosciutto di Norcia e di San Gimignano. Ha scoperto da poco la mozzarella ripiena di ricotta, e in generale i formaggi le piacciono moltissimo.

I Adelaide nella sua giovinezza