la storia di Adriana Biondi
Adriana Biondi è nata vicino Montebuono nel 1958. La prima cosa che racconta riguardo l’alimentazione da bambina è che fosse basica. Non ricorda di aver mai visto i genitori andare a fare la spesa, almeno fino all’età di nove anni. La loro non era solo un’economia basata sul baratto, ma una vera e propria economia di sussistenza. In campagna erano autosufficienti. Non compravano nulla, nemmeno i cuscini: quando mangiavano le oche, con le piume riempivano i guanciali. Le setole del maiale servivano per cucire le scarpe, incerando lo spago con la cera delle api. Persino le ossa del maiale venivano conservate, messe sotto sale per cucinare. Non si buttava niente e non si comprava niente.
C’era un rigattiere di Onano che passava a raccogliere ferri vecchi; girava a piedi per tutti i poderi con un sacco di juta e, in cambio, lasciava a volte un piatto o un vassoio, che per loro era una cosa importante.
Oltre a lui, c’erano due commercianti dell’Elmo: Pietro Burlandi e Iolando Santinami. Pietro si muoveva con l’asino e la nonna gli dava le uova, oppure la ricotta, e lui ricambiava con zucchero, sale o candele e, a volte, baccalà o alici. Iolando arrivava con la macchina. Adriana ricorda gli spaghetti molto lunghi, non tagliati, avvolti in carta gialla. Erano così lunghi da uscire dalle ceste; erano industriali e, a volte, qualcuno dei vicini li comprava, ma la sua famiglia non li prese mai.
Il caffè non si usava. Al suo posto abbrustolivano l’orzo e lo macinavano con un macinino. La corrente elettrica arrivò solo nel 1979, perciò le candele erano fondamentali. In cucina era appesa una lampada a gas, chiamata “la calzetta”. Era molto sottile e delicata. Si apriva la bombola e si accendeva con i fiammiferi. Quando il gas finiva, restavano al buio e allora tornavano a usare le candele.
Per cucinare si utilizzava il camino o, in seguito, la stufa a legna. La cucina a gas c’era, ma veniva usata raramente.

Adriana nella sua sala da pranzo
In casa vivevano in nove: i nonni di Adriana, i due figli, il padre e lo zio con le rispettive mogli, poi Adriana, il fratello più piccolo e una cugina. La mattina accendevano la cucina economica oppure, quando Adriana era ancora più piccola, il camino, che non si spegneva mai, nemmeno d’estate. C’era sempre il paiolo appeso, usato d’estate per scaldare l’acqua e d’inverno per preparare la farinata, una specie di polenta fatta con farina di grano bianco.
C’era un fontanile poco distante, dove andavano con il carro, i buoi e le botti di legno a prendere l’acqua potabile. Durante l’estate Adriana passava le giornate al fiume con il nonno per accudire le vacche, che potevano bere e pascolare liberamente. Se avevano sete, il nonno scavava una buca nella sabbia per raccogliere acqua pulita. Adriana aveva quattro o cinque anni; partivano nel pomeriggio e rientravano la sera con il buio. Ricorda suo nonno raccogliere rami di salice al fiume d’estate, o la ginestra con cui costruiva i cesti e impagliava le sedie. Con l’asina andavano anche a fare il bucato alla sorgente, dove avevano fatto l’orto. Le donne lavavano i panni e li stendevano sopra ai rovi o alle siepi, restando lì tutto il giorno; nel frattempo accudivano l’orto e mangiavano pomodori freschi appena raccolti, spaccati e cosparsi con sale.

Le pecore dell'azienda di Adriana e Giorgio
Oggi uno dei piatti preferiti di Adriana sono i pici all’agliata, ma da bambina non li sopportava. Quando vedeva la nonna prepararli, l’odore dell’aglio e il lavoro incessante la infastidivano. La nonna iniziava la mattina presto, lavorava grandi quantità di impasto e riempiva il tavolo di pici fatti a mano. Adriana, invece, preferiva le zuppe di legumi con il pane fatto in casa.
Il grano seminato veniva macinato da un mugnaio di Castell’Azzara. Tutti i residui della macinazione venivano usati per gli animali. I vicini si aiutavano reciprocamente durante la semina e costruivano depositi simili ai pagliai per conservare la pula destinata agli animali. La vita era fatta di duro lavoro.
La carne veniva mangiata raramente, perché non c’era modo di conservarla; se si uccideva un agnello, doveva essere consumato entro pochi giorni. Essendo mezzadri, non potevano semplicemente decidere di mangiare un agnello: dovevano prima chiedere al padrone, che, se accettava, ne avrebbe comunque preso metà. Adriana sentiva come un’ingiustizia il fatto che loro lavoravano e il padrone veniva a riscuotere, prendendo sempre il prodotto migliore.
La mamma di Adriana faceva il formaggio e la ricotta salata e stagionata, che ad Adriana piaceva moltissimo. Il padre e lo zio, insieme al nonno, facevano i conti con il padrone, dividevano le spese e i prodotti. Nonostante restasse poco, si ritenevano fortunati perché permetteva loro di coltivare un orto e allevare piccoli animali senza chiedere nulla in cambio. Lavoravano la terra con i buoi e l’aratro, e Adriana spesso non vedeva la madre per intere giornate, perché si alzava alle quattro del mattino e rientrava la sera, quando lei già dormiva. Lei, il fratello e la cugina restavano a casa con la nonna.
Per cucinare usavano soprattutto lo strutto del maiale, perché l'olio lo tenevano per le occasioni speciali. Gli ulivi erano pochi e venivano piantati nei posti più impervi, per non togliere spazio alle coltivazioni, quindi era davvero scomodo raccogliere le olive. Metà del raccolto andava al padrone e pagavano la molitura con l’olio. Così ne restava veramente poco. Fino a dicembre non iniziava la raccolta ed era molto freddo, a volte nevicava. Ricorda che la portavano con loro sotto gli ulivi; le accendevano un fuoco, facevano uno spiedo di legno e tagliavano la pancetta. Lei stava lì tutto il giorno, ad abbrustolire e mangiare pancetta, racconta di aver molto sofferto il freddo.
Il pane si faceva in casa una volta a settimana, al massimo due. Per utilizzare il forno, che era in comune con un'altra famiglia, dovevano organizzarsi. Quando facevano il pane, preparavano sempre la pizza con le patate o con l'uva; la nonna, stagionalmente, preparava anche la pizza con l'uva fragola. Quando facevano la pizza con l'uva fragola era festa grande; per farla veniva utilizzata una parte dell’impasto del pane. Adriana racconta che quando vendemmiavano appendevano l'uva più bella in cantina e poi la mangiavano col pane. Anche altra frutta come mele, pere e fichi veniva essiccata. La nonna, con i fichi secchi, ci faceva un dolce: i fichi venivano macinati, aggiunte le noci e l’anice, e pressati dentro forme di legno regolabili simili a quelle usate per il formaggio; il risultato era servito a spicchi.
In casa, essendo la più grande, Adriana doveva sempre aiutare e iniziò a cucinare con la nonna all’età di sette anni. In seguito, con l’arrivo della corrente elettrica e dell'acqua corrente, i modi di vivere sono cambiati ed è stato più facile gestire la casa.
Adriana ricorda anche le serate in cui i genitori la portavano a ballare a casa di qualcuno: “La notte vedevi i lumini a petrolio muoversi nel buio per le strade. Andavamo a veglia nei poderi, c’era sempre qualcuno con la fisarmonica, quasi tutte le settimane organizzavano una festa”. Quando aveva sonno, la mettevano a dormire su una giacca vicino al camino, per poi svegliarla al momento di tornare a casa a piedi.
La domenica si prendevano mezza giornata di svago, camminando fino a Sovana. A quei tempi c’era ancora il baratto, e gli unici soldi che Adriana ricorda di aver visto erano le cinque lire che i genitori le davano per comprarsi un cono gelato dopo la messa. Nel 1968 il padre comprò una moto, e Adriana ricorda che viaggiavano in quattro su quella moto.
Irma con i suoi figli e il cane

Adriana in her workroom
Adriana e Giorgio si sposarono nel 1984. Per un periodo vissero a casa dei genitori di Giorgio, poi costruirono la loro abitazione. Nell’azienda della famiglia di Giorgio allevavano pecore, vacche e buoi. Fino a vent’anni fa mungevano a mano, impiegando circa tre ore; con la mungitrice elettrica il lavoro divenne più veloce e meno faticoso. Oggi sono ancora soci del caseificio di Sorano e portano avanti la loro azienda con circa 500 pecore.
Adriana ama cucinare: dalla suocera ha imparato la cucina sarda e d’estate, quando il lavoro di allevamento è meno intenso, prepara la pizza e la pasta fatta a mano. Le piace preparare le zuppe, alleva i polli ed ha cinque galline giusto per le uova, ma le sue giornate sono scandite dal lavoro con le pecore: si sveglia alle cinque e alle sei meno un quarto è già a lavoro per mungere insieme a suo marito Giorgio, ed ha poco tempo libero. Se ha un’ora di respiro, va nella sua stanza dei lavori (è una stanza al piano terra dove ci sono la cucina economica, la lavatrice, la macchina da cucire e davanti all’uscita sul giardino il forno a legna). Adriana ha una passione per l’uncinetto e appena ha un poco di tempo libero lo dedica a qualche progetto.
Anche se sono stati tempi duri, Adriana li ricorda con piacere e afferma di essere stata bene: le hanno insegnato tante cose e non si trova mai in difficoltà. Ad esempio, se dovesse mancare la luce o l’acqua, saprebbe come fare; ha sviluppato un certo senso di resilienza.

Dettaglio delle mani di Adriana