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 La storia di Graziella

Nata a San Valentino nel ’42, nella casa dove vive ancora oggi, Graziella Cappelletti ha un carattere ottimista e solare che l’ha accompagnata per tutta la vita, aiutandola ad affrontare con forza e serenità anche i momenti più difficili. È figlia unica, mentre nella famiglia paterna erano quattro figli e in quella materna sei. Il padre era inizialmente agricoltore, poi lavorò come capo costruttore per la realizzazione della prima strada del paese durante il piano Fanfani. 
In famiglia vivevano in tre, fino agli anni ’60, quando arrivò uno zio; nel ’68 si sposò e, poco dopo, nacquero le sue figlie. All’inizio la casa era piccola e molto affollata; oggi invece è stata ristrutturata e vive da sola.
Da piccola ricorda che a terra c’erano i mattoni e, per spazzare senza alzare polvere, bisognava bagnarli. Si usavano scope di saggina o di “scopuccio”, fatte con i rami di erica. Nel dopoguerra il cibo era scarso, e oggi molti piatti considerati prelibati erano allora quotidiani: pici, acquacotta, minestra di pane. Nonostante tutto, racconta che si stava bene e ci si divertiva con poco.
Quasi tutte le famiglie avevano galline e maiali, che giravano liberamente per il paese. Il paese era molto popolato. La scuola inizialmente era sotto casa sua, poi cambiò sede più volte. Una sola maestra insegnava dalla prima alla quinta, ma il livello della quinta era paragonabile, se non superiore, a quello della terza media di oggi. Studiare oltre le elementari era un privilegio per pochi, soprattutto per chi viveva in città.

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Graziella accanto al camino con il suo gatto

Lei e gli altri bambini si spostavano a piedi o con il somarello: andavano fino a Sorano anche due volte al giorno passando per le vie cave. Era normale per una bambina di dieci o undici anni muoversi da sola, in un clima di grande fiducia.
Per fare la spesa si andava a Sorano; solo più tardi arrivarono venditori con il somaro. Ricorda persone provenienti da Onano che passavano a chiedere l’elemosina con il paniere, chi chiedeva un ovetto, un pezzo di pane, e la madre le insegnò a non mandare mai via nessuno a mani vuote. Veniva anche un uomo anziano con un paniere di rocchetti di filo, che scambiava con gli stracci, in una via poco distante si buttavano pezzi di pantaloni e camicie consumate e le donne andavano a recuperarli per barattarli con il filo. 
I soldi erano pochi e spesso si praticava il baratto, soprattutto con le uova.
La famiglia aprì un negozio nel 1954, quando lei aveva 12 anni, e lo portò avanti per molti anni, fino agli anni Ottanta. All’inizio era una stanza molto piccola, con la pasta lunga sistemata nelle cassette di legno e quella corta nei sacchi di carta. Partirono con poco, solo la pasta e qualche stecchetta di cioccolata; il concentrato non lo tenevano e la conserva non la comprava nessuno, perché in campagna tutti facevano la passata di pomodoro in casa. Non c’erano controlli igienici e l’unico strumento era una bilancia. Per ottenere il libretto sanitario dovettero andare fino a Grosseto, affrontando un viaggio impegnativo insieme a un noleggiatore di Castell’Ottieri.
Col tempo il negozio crebbe. Negli anni Settanta fu intestato a lei, nel 1985 venne spostato in un locale più grande e lo tenne fino al 1998. Era un lavoro che svolgeva con piacere, ma molto impegnativo, perché non esistevano orari e la clientela era continua. Anche quando tornava a casa per pranzo, se arrivava qualcuno andava a chiamarla e lei doveva interrompere il pasto per tornare ad aprire il negozio. Non c’era Natale né Pasqua, si lavorava fino a tarda sera e non si poteva dire di no, perché per conquistare un cliente ci voleva tempo, ma bastava poco per perderlo. Solo più tardi, quando furono introdotti gli orari obbligatori, il lavoro divenne più gestibile.

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Graziella nel suo salotto

In paese c’erano anche altri negozi, uno di sale e tabacchi  con l’unico telefono fisso, gestito da Santino che chiamava a gran voce le persone quando ricevevano una telefonata. La vita sociale era intensa. Si ballava in piazza con un giradischi, si organizzavano serate nelle case e si giocava insieme. Arrivavano ragazzi anche da Sorano e da Castell’Ottieri, e quelli del paese, gelosi, gli bucavano le biciclette.

Il postino arrivava da Castell’Ottieri con il somarello. Davanti alla casa c’era una scalata alta da cui si vedeva tutta la strada e “con le amiche si stava a guardare quando arrivava, si faceva quasi a gara a chi lo vedeva per prima”. Consegnava la posta e ritirava quella da spedire, e le ragazze lo aspettavano con curiosità, anche per le lettere dei corteggiatori.
Nonostante la povertà, si viveva con serenità.

 

Durante le stagioni agricole, come la trebbiatura o la lavorazione del maiale, tutto il paese collaborava e si condividevano i pasti. Il grano veniva essiccato al sole su lenzuola stese a terra, e i bambini dovevano sorvegliare che gli animali non lo mangiassero.Ricorda anche la produzione del formaggio: la famiglia possedeva circa 60 pecore e ogni giorno bisognava mungere, lavorare e pulire il formaggio, spesso la mattina presto, prima di aprire il negozio. Nel 1965 Graziella prese la patente e poco dopo acquistò una Bianchina familiare, con cui andava a fare rifornimento di merci nei paesi vicini.Le feste erano momenti fondamentali e molto attese.

Durante la festa del paese a settembre ogni famiglia ospitava un musicante, ma nella casa di Graziella, visto che il padre faceva parte del comitato organizzativo, venivano ospitati due musicanti per tutta la giornata. Si preparavano grandi pranzi e dolci tradizionali, tirando fuori i servizi migliori: antipasti, affettati, crostinetti fatti in casa, il fior di sambuco, tagliatelle, tortelli  e poi dopo tutti i secondi, i polli arrosto, le cotolette di maiale. Infine i dolci. Le mogli dei festaioli passavano una settimana a preparare i dolci per la festa, uno dei dolci più attesi erano i biscotti con gli anaci, gli stessi che venivano preparati durante la … si tagliavano a pezzetti e venivano distribuiti a tutti ocn un bicchiere di vinoA Pasqua le pizze pasquali richiedevano giorni di preparazione e bisognava organizzarsi con i turni per cuocerle nel forno a legna del paese.

Oltre al pane si preparavano anche schiacce di vari tipi, con i ciccioli, con l’olio e il sale, con il formaggio o con rosmarino. Le pizze pasquali richiedevano tre o quattro giorni di lavoro e andavano seguite con attenzione, perché se passavano di lievito si abbassavano. Per farle lievitare le mettevano nel letto. Con lo stesso impasto, la mamma preparava per i bambini la “pupa” e il galletto, decorandoli con chicchi di caffè o di pepe per gli occhi e modellando il vestito, le braccia e i piedi. Era un’usanza diffusa in tutte le famiglie con figli, e poi quelle figure venivano mangiate.Da bambina, invece, quando le bambole non c’erano, erano le ragazze più grandi a costruirle con gli stracci, chiamandole sempre “pupe” e usando la barba del granturco per fare i capelli.A Natale la famiglia si riuniva numerosa: la vigilia si mangiavano spaghetti con le alici, ceci e baccalà, e il padre portava in casa il ceppo di Natale, un grande tronco da mettere nel camino, che doveva restare acceso per tutta la notte e fino al giorno dopo.

Irma con i suoi figli e il cane

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Graziella sulla soglia di casa 

Con il tempo Graziella ha mantenuto molte tradizioni. Ama cucinare per i nipoti, soprattutto dolci come crostate, tiramisù e torte. Tra i piatti preferiti restano i pici e l’acquacotta. Cucina “a occhio”, senza pesare gli ingredienti, affidandosi all’esperienza e all’olfatto. Per i pici, ad esempio, prepara la fontana di farina, aggiunge acqua calda e un pizzico di sale, impasta sulla spianatoia e lascia riposare per dieci minuti. Poi stende la pasta con il mattarello, la affina leggermente, la avvolge con farina da un lato e dall’altro e la taglia in fili sottili, disponendoli sui vassoi con la farina sotto e alzandoli delicatamente con il coltello per farli riposare prima della cottura. Ancora oggi prepara le castagnole per la festa di San Valentino.
Si definisce una persona “antica”, legata alle cose e attenta a non sprecare. Tiene molto alle tradizioni e alla condivisione: quando i nipoti sono con lei, la casa si riempie di vita proprio come un tempo.

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In basso a destra l'ingresso del vecchio negozio di Graziella

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